Conferenza provinciale del volontariato – Riflessioni conclusive

speed (3)Volontariati diversi dal passato, che cambiano nel tempo e scalfiscono il modello tradizionale. Sono emersi chiaramente dalle parole dei tanti protagonisti dell’ottava conferenza provinciale del volontariato di Reggio Emilia, organizzata dal centro di servizio per il volontariato DarVoce il 16 aprile scorso come tappa verso la conferenza regionale sul tema.

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Al centro della mattinata, ospitata dalla sede del Ceis, il rapporto fra “volontariati e comunità”, con l’obiettivo di ragionare insieme sui mutamenti del volontariato e sul nuovo ruolo di associazioni ed enti locali. La lettera chiave è la “i” di volontariati: anche a Reggio non è più possibile parlare del “classico” volontariato in un’associazione con un rapporto radicato nei decenni, nel proprio vissuto personale e relazionale e nel proprio territorio. Anzi, i testimoni chiamati – come Sara Bigi di Perdiqua e Iacopo Fiorentini della Croce Verde di Castelnovo Monti – hanno dipinto un altro scenario, perché altri sono i protagonisti. I cambiamenti sociali ed economici di questi decenni hanno ovviamente mutato la popolazione reggiana, quella a cui attinge il volontariato per trovare le proprie risorse, e di conseguenza hanno mutato anche il volontariato stesso. Di che mondo si parla oggi? Di un ambiente più “liquido e molecolare, che non è per sempre ma ha a che fare con le tappe della vita”, come emerso dal documento di sintesi della conferenza e dalle parole di chi ogni giorno si occupa di orientamento. È un volontariato che si muove per piccole esperienze successive, dove le persone si legano prima all’attività concreta che alla causa generale o all’associazione. Per certi versi, si può dire che molti dei nuovi volontari vedono l’associazione come un mezzo per dare il proprio contributo, e non come il fine della sua attività. Un cambiamento epocale, per le strutture sociali di un tempo. Chi si impegna vuole spesso aumentare re le competenze, in primis quelle relazionali, ed anche il proprio patrimonio di conoscenze. Allo stesso tempo, può mettere a disposizione altre risorse. Un esempio? Le giovani generazioni di “nativi digitali”, che senza problemi possono interagire con le nuove tecnologie.

In questo quadro, le associazioni che vogliono inserire nuove persone sono chiamate ad uno sforzo non da poco, a cambiare parzialmente abitudini e assetti che per decenni hanno garantito stabilità e un buon funzionamento. Le associazioni devono quindi imparare ad essere più fluide e fare delle proposte concrete: i significati “alti” usciranno poi in seguito dall’esperienza empirica. Prima di tutto, sopra di tutto, le realtà del volontariato sono chiamate a “dare spazio”, ed anche a “dare spazi” fisici di relazione e di appartenenza che possono passare anche dallo svago. Devono seminare oggi nel loro campo pensando a un domani di tutti: magari, chi fa un’esperienza in un’associazione non si fermerà per sempre, ma continuerà comunque a fare volontariato mettendo a frutto quanto appreso. Non è facile, ma quasi certamente è necessario.

La voglia di cambiamento e di nuove modalità di relazione e di rapporti nel terzo settore sono state confermate pochi giorni dopo da un’altra iniziativa, un “appuntamento al buio” per il volontariato andato in scena alla Ghirba in fondo a via Roma. Un evento pensato come un momento informale di confronto fra associazioni di volontariato e persone interessate a fare attività solidale, conclusosi con una grande partecipazione, una cinquantina di utenti, al di sopra delle previsioni. La voglia di volontariato c’è, nella società, nelle imprese, va intercettata nel modo giusto